Dolori e gioie delle antiche gestanti – ultima parte

Dolori e gioie delle antiche gestanti – ultima parte

Fu in Siena, al tempo che reggeva l’officio de’ Nove, una gentil giovine di pochi anni andata a marito, e quelli figliuoli che facea, facea con grandissima pena e fatica; e al presente era gravida di sette mese; e come paurosa, ognora cercava di leggende di Santa Margherita e di medicine e di brievi e d’ogni altra cosa che credea li giovasse alla sua passione”. Così scriveva il celebre novelliere toscano del 1300 Franco Sacchetti, descrivendo con realismo sarcastico l’ansiosa attesa di una ragazza incinta, spinta ad affidarsi  a tutto ciò che potesse aiutarla a vincere la forte preoccupazione.

 

La leggenda di cui parla il Sacchetti è in realtà un emblematico episodio tramandato dagli agiografi di Santa Margherita di Antiochia la quale, mentre aspettava un figlio, venne inghiottita da un drago, ma riuscì a uscire dal ventre del mostro grazie all’ausilio della croce che stringeva tra le mani (la vicenda è ritratta in una miniatura contenuta nell’opera Les Heurés d’Anne de Bretagne, composta nel 1508 da Jean Bourdichon e conservata nella Bibliothèque Nationale di Parigi).

 

Nel prosieguo del racconto, il Sacchetti ironizza su numerose credenze popolari, al limite fra il religioso e il magico, specie su quelle che conferivano qualità taumaturgiche ai “brevi”, vale a dire misteriose formule scritte di contenuto esoterico. Racconta il novelliere come un monaco, cosciente dalla fragilità psicologica della gestante senese, le rivelò di conoscere due frati assai abili nel confezionare “un brieve che, tenendolo la donna addosso non sarebbe sì duro il parto, che sanza pena non partorisse”. Il monaco si offrì pertanto di procurarle il talismano, in cambio di una bella somma di denaro (questa vicenda fu ripresa ed elaborata da Niccolò Machiavelli ne La mandragola). Si rifugiò allora in un monastero e realizzò “una cedola scritta e piegatala, la legò tra più zendagli e cucilla in più maniere”; qualche giorno più tardi la consegnò alla ragazza, ammonendola di portare sempre addosso la pergamena e di non aprirla mai, così da evitare che essa disperdesse le sue virtù salubri. Ed ella “sanza niuno dolore partorì”, attribuendo il merito a quell’inutile formula che diventò, con grande soddisfazione del monaco, l’amuleto più richiesto dalle donne della città che versavano nella medesima situazione. Con estrema arguzia e saggezza, il Sacchetti fornisce la seguente conclusione: “Io mi credo che quando una persona porta di molta fede che uno brieve o altra cosa l’abbia a giovare, essa non possa fare altro che l’utile; e così poté avere anco di questa”.

 

L’aspetto inconsueto è che per il ricorso a siffatti rimedi, la donna potesse agire e decidere in assoluta libertà mentre, al contrario, allorché ella riteneva più giusto affidarsi alla protezione della Santa Vergine, necessitasse del consenso maritale. Difatti, si tramanda di una tale Nannina, sposa di tal Tribaldo de’ Rossi, che dovette chiede al marito il permesso di formulare voto di recarsi prontamente al famoso santuario mariano dell’Impruneta “se uscisse viva da questo parto” dal quale sarebbe nato il suo secondogenito Amerigo. Ma forse il consenso del felice padre fu determinato dalla clausola contenuta nel giuramento votivo che al pellegrinaggio avrebbe dovuto prender parte anche lui e, per di più, affrontare l’intero tragitto rigorosamente a piedi.

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