Alla ricerca dell’arca perduta – seconda parte

Alla ricerca dell’arca perduta – seconda parte

Grazie per aver desiderato di proseguire insieme il viaggio. Riprendiamo da dove ci siamo fermati a riflettere.

 

Trascorsero 26 anni di silenzio, rotto dall’improvvisa voce proveniente dall’Armenia, giusta la quale un pastore avrebbe individuato un “qualcosa” a una certa altitudine dell’Ararat. Così, il gentiluomo britannico Bryce si mise a capo di una spedizione che, a mt. 4.500, si imbatte in una trave lignea lavorata in cui si volle a tutti i costi riscontrare un fregio dell’arca: la scoperta tuttavia godette di ben misera considerazione.

 

D’altronde, gli eventi di fine sec. XIX e i fermenti politici europei che sarebbero presto sfociati nel primo conflitto mondiale ebbero il sopravvento nella coscienza dei popoli. E, come sovente accade nei periodi di crisi, la leggenda del biblico battello fece breccia là ove insisteva una situazione di malessere sociale, mal gestito da un governo di stampo medievale. Non a caso, un nuovo avvistamento va ascritto nel 1916 all’ufficiale dell’aviazione russa V. Roskontsky, durante un volo di ricognizione militare. Immediatamente, lo zar Nicola II, anche per recuperare il favore degli ortodossi di fronte al dilagare dell’ideologia bolscevica, ordinò la formazione di una squadra di ricerca sulla sacra montagna armena.

 

Corse in seguito la notizia che l’equipe scientifica aveva appurato l’attendibilità dell’avvistamento e accertato trattarsi proprio della nave diluviana. Verità o propaganda di un agonizzante regime? A mio modesto avviso, si trattò di un ulteriore tentativo per capitalizzare consensi intorno al favore divino di cui godeva la casata Romanov: fatto sta che la rivoluzione dell’ottobre 1917 spazzò via qualsivoglia testimonianza scritta rilasciata dalla spedizione. Tuttavia, nel 1949 la testata elvetica Journal de Genève pubblicò il resoconto dell’aviatore russo, infarcendolo però di così tante citazioni dalla Genesi che di cronaca effettiva resta davvero pochissimo. A nulla valse la conclamata natura favolistica dell’evento, narrato e divulgato dalla stampa oltre 30 anni più tardi. Il 13 luglio 1952, il periodico francese Noir et Blanc se ne uscì con la seguente asserzione: “un uomo ha visto e scoperto l’arca di Noè!”. È doveroso chiedersi cosa stesse accadendo.

 

Ricordate la trilogia di Indiana Jones, dove le principali superpotenze mettono in campo ogni risorsa per accaparrarsi leggendari reperti archeologici, al solo scopo di acquisire una certa tradizione e legittimità storica? Non a caso l’arca dell’alleanza finisce nel dimenticatoio di uno sconfinato magazzino americano, sotto il controllo delle forze governative. Forse – ci dice Spielberg – il Presidente USA credeva ai poteri magici dell’arca? Voleva fare un dispetto a Hitler? Oppure, continuava semplicemente ad alimentare l’idea che Dio si fosse scelto un nuovo “popolo eletto”, custode dei suoi più rappresentativi simulacri?

 

Lo stesso è successo per l’arca di Noè. Già nel 1933, la rivista tedesca Kolnische Illustrierte Zeitung riesumò l’avvistamento del Roskontsky; ma nessuno fece caso alla data del periodico, che tradiva la finalità politica dell’articolo: 1° aprile! Nonostante la burla, la leggenda varcò l’Oceano e sbarco negli Stati Uniti dove, tra il 1941 e il 1942 – prima cioè dell’entrata in guerra di questa grande nazione – uscirono entusiastici reportage su testate come Defender of the Faith, The King’s Herald, Prophecy. La comunità scientifica – quella degli Indiana Jones che lottano per la serietà della cultura – reagì con veemenza, al punto che, nel numero di maggio 1942, il Biblical Archaeologist si pronunciò in maniera lapidaria: “questa notizia si può ritenere un sintomo della volontà dell’uomo di credere ciò che vuole credere”. E fioccarono le smentite, con grande delusione dei lettori. A conferma del precedente giudizio, dopo la pubblicazione dell’articolo sul Journal de Genève nel 1949, preceduta da un imponente battage pubblicitario, nell’estate di quell’anno mosse alla volta dell’Ararat la spedizione dell’ex missionario del Nord Carolina Smith, accompagnato da un ingegnere, un fisico, un decoratore.

 

Inutile commentare i disastrosi risultati, ma è interessante osservare come la stampa europea fu unanime nelle chiose taglienti: Si legge sul Combat: “Nessun’arca all’orizzonte”; “L’arca di Noè non si presenta all’appuntamento”. Il Figaro critica: “Gli esploratori partiti alla ricerca dell’arca rinunciano”. In particolare, Le Monde del 24 settembre 1949 ironizza: “Il dott. Smith ci ha dunque rimesso la sua divina rivelazione, dato che ha preteso di aver ricevuto l’incarico celeste di preparare le valigie e partire alla ricerca dell’arca”; e prosegue: “i fondi per finanziare la spedizione sono stati facilmente raccolti perche quei poveri entusiasti non hanno esitato a disfarsi dei loro titoli commerciali pur di partecipare all’impresa”. E con questo sarcastica nota transalpina, vi do appuntamento a un’altra tappa del viaggio

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